Alberi, scambi affettuosi, ricordi

E' possibile comunicare con le piante, scambiare affetti?
E' possibile che una "semplice" pianta induca momenti di crescita nel bambino?

Ricordi, ricordi, ricordi e tanto affetto!

La mia infanzia con gli alberi

"Príat ku zácneš tárgat, primíse za varh" -
raccomandava il nonno, mentre salivo la lunga scala a pioli.

Ancor oggi, ogni volta che salgo l'albero per cogliere i suoi frutti, ricordo la raccomandazione del nonno e, appena posso, mi aggrappo con una mano a un suo ramo e mi sento sicuro.
Pare un abbraccio, una simbiosi, un affetto indissolubile con la pianta.

A differenza della prima volta, quando mio fratello mi fece salire la scala a pioli sospesa nell'aria, sostenuta solo dalle sue braccia (robuste).

Perché talvolta le mele piú belle, piú grosse, piú rosse, piú invitanti, vanno a finire in fondo ai rami piú alti e piú distanti dal tronco, dove nemmeno la "mušnica" puó giungere.

Vidi mio fratello sollevare la lunghissima, pesante scala nel bel mezzo del prato.

"Ma é matto; cosa fa?" - pensai.
"Avanti, sali..." - disse.
"Ma Efrem...!"
"Sali!"
Ripeté piú forte, afferrando saldamente la scala con le sue braccia robuste.

"Come fará a sostenermi, cosí pesante che sono" - pensai.
Evidentemente sopravvalutavo il mio corpo mingherlino di sei anni.

Per me l'ultima cosa al mondo era vedere mio fratello arrabbiato.
Presi mogio il cestino e iniziai a salire.
Cercavo con gli occhi i rami che non c'erano.
Solo in fondo alla scala qualcosa ondeggiava sopra la testa.
Appesi il cestino munito di "kjúka" alle scale, poi ancora la mano cercó il ramo che non c'era; disperata, inizió a stringere l'ultimo scalino fino allo spasmo e avrebbe voluto stringere ancora piú forte, perché quello scalino non dava sicurezza, mentre l'altra mano coglieva le mele o, meglio, le rubava all'albero.
Perché la sensazione, date le circostanze, era proprio quella di rubare a quel povero albero le sue mele perché non riusciva ad accorgersi che ero io a coglierle.

Sensazioni che lasciano tracce indelebili.

IL NOCE DI BANČI - Oreh Bančju

Tronco di Noce
Tronco di Noce
Ho iniziato a frequentare gli alberi ancora piccoletto.

Il primo é stato il noce di Banči dietro casa nostra.

Aveva un tronco enorme, liscio come una tavola piallata; le mie braccine arrivavano sí e no a cingerlo per un quarto.
Eppure fu il primo albero col quale mi cimentai.

Avevo visto da Gervasio, di qualche anno piú anziano di me, come si faceva.

Quotidianamente mi avvicinavo al noce, lo cingevo in un abbraccio quanto piú largo possibile con le braccia e con le gambette e poi tentavo di sgambettare verso l'alto, ripetendo di volta in volta l'abbraccio.

Quella era la tecnica per salire..., qualche centimetro il risultato dei miei mille sforzi.

Eppure era bello ripetere l'abbraccio ogni giorno.
Il contatto con quell'essere cosí dolce, grandioso, silenzioso mi riempiva di gioia, mi appagava.
Ero convinto che anche l'albero provasse le stesse mie sensazioni e che mi aspettasse ogni giorno con ansia.

Le braccia e i piedini pian piano si irrobustirono e i miei sforzi iniziarono a dare i primi frutti.
Ogni giorno qualche centimetro piú in sú, piú in sú..., fino al primo ramo.

Che emozione quel giorno!

L'unico disappunto il non poter raccontarlo al nonno, perché sapevo che mi avrebbe proibito di riprovare.

Ma lo raccontai con orgoglio agli amici:
" San rivú do párvega varhá!"

Il problema era salire sul ramo.

Te lo trovavi proprio sopra la testa.

Perché il tronco era leggermente inclinato; naturalmente si saliva sull'inclinazione e il ramo stava proprio lí, sulla parte inclinata.
Andare per dietro era impossibile.
Bisognava assolutamente armeggiare, giocando d'astuzia con le braccia e coi piedi fino a piegarsi sull'anca in modo che questa andasse a finire a ridosso del ramo, per poi salirvi sopra.

Avevo capito come si faceva..., il bello era farlo.

Ci vollero settimane.

Un giorno sentii che ce l'avrei fatta.
Raggiunsi in un baleno il ramo; arrivai abbastanza facilmente con l'anca sul ramo; ma poi...!
Per far salire il resto del corpo sopra il ramo dovevo sbilanciarmi verso destra col forte rischio che venisse a mancare la presa sufficiente per restare attaccato al tronco.

L'albero mi aiutó: proprio sopra il ramo c'erano delle spaccature nella corteccia che permisero alle dita di non mollare la presa..., salii col gomito sul ramo e poi ancora qualche bracciata in su e finalmente sopra al ramo con una gamba, a cavalcioni.

Penso di aver baciato l'albero.
Era troppo bello!

Sono stato lí, abbracciato a lui, un'eternitá.

Scendere é stato piú facile del previsto.

Giá il nonno me lo diceva:
"Dol usí svečeníki pomágajo; gor samúa adán."

"Katér, nóno?" - chiedevo.

"Svet Gregór!" - concludeva.

Non lo volle mai spiegare a me, che non capivo, come faceva San Gregorio ad aiutare a salire.
Ci dovetti arrivare da solo, dopo anni di perplessitá!

Per mesi mi sono arrampicato tutti i giorni fin sopra il primo ramo.
Ero diventato uno scoiattolo.

Il secondo ramo stava parecchio piú in sú, ma stavolta era posto alla destra dell'inclinazione. Doveva essere piú facile arrivarci.
Ma com'era in alto!

Con la prassi giá collaudata, iniziai ad arrampicarmi fin sotto il ramo.
Stavo lí un pó, guardando verso il basso per fare l'occhio, poi mi lasciavo scivolare dolcemente sul ramo piú basso.

Cosí per mesi, fin tanto che decisi di salirci sopra.

Ci arrivai facilmente, ma mi accorsi che tremavo tutto.
Il ramo in quella posizione mi dava fastidio e poi era piuttosto sottile, non solo, il tronco fino al secondo ramo era un pó inclinato ma poi saliva su diritto come una fucilata.
Le mani abbracciavano bene il tronco, ma i piedi no. Non era rilassante stare in quella posizione!

Per molto tempo ignorai il secondo ramo.

Nel frattempo guardavo con bramosia poco piú in su dove il tronco si biforcava. Raggiungere quella biforcazione divenne il mio sogno. Lassú sarei diventato il vero amico del noce. Ma com'era in alto!

Un giorno capii che nulla mi avrebbe fermato a salire lassú.

Fu piú facile del previsto.
Dal secondo ramo bastarono una decina di bracciate e fui alla biforcazione, dove mi trovai a cavalcioni senza neppure accorgermi.

Era bello!

Le braccia tringevano un tronco, la schiena si appoggiava all'altro.
E per fortuna!
Perché quando guardai verso il basso, fui preso dal terrore.
Dio, che alto!
Mi strinsi all'albero.

Ricordo ancora, proprio con l'emozione di allora, la sicurezza che l'albero mi comunicó.
Tornai a guardare in basso e mi accorsi che era bello vedere il mondo da lassú.
Guardai anche in alto. Ero quasi in cima al noce!
Eravamo alla pari!

Successe qualcosa di spiacevole!

Disgraziatamente proprio in quel momento uscí Majéto di Banči dalla sua cucina e non so come mai guardó verso l'alto.
Incominció a urlare.

Dio, come gridava!

Scivolai giú velocemente, come se davvero tutti i santi mi aiutassero.

Quando la zia arrivó richiamata dalle urla di Majéto, ero giá abbasso.

Che sgridata!

Anche il nonno mi rimproveró e inizió a raccontarmi quanti uomini erano morti cadendo dai castagni.

Ma io mica abbacchiavo le castagne!

Dimenticai il noce.

Dopo qualche anno, quando ormai gli alberi erano la mia casa, mi ricordai del noce.
Era ingrossato ancora, ma ormai lo abbracciavo oltre la metá.
Raggiunsi la biforcazione in un attimo e vi salii coi piedi.
Guardai verso l'alto nella convinzione di essere arrivato in cima.
Dio mio, anche il noce era cresciuto; non finiva piú.
Un tronco della biforcazione era diventato ramo e l'altro era salito su, su in alto.
Mi arrampicai con sicurezza fin dove l'esperienza acquisita me lo suggeriva, oltre il tetto della casa di Štefáni.

Era bello!

Ma ancora piú bello ricordare lassú in alto i primi abbracci con quel primo albero.

Che tristezza, molti anni dopo, al momento che lo vidi abbattuto!

IL TASSO di Štefani - Štefanova Tisa

Le caratteristiche foglie del Tasso
Le caratteristiche foglie del Tasso
Il secondo albero della mia fanciullezza fu la "Tísa" di Štefani, quella vicina al nostro Ronk, il Tasso, Taxus bacata.

Il motivo fu proprio quel "bacata", che non deriva da baco ma da bacca.
Il Tasso, infatti, matura delle irresistibili bacche rosse, irresistibili per colore e per sapore.

Quando maturavano sentivi dire sottovoce, di nascosto:

"Ale, gremó tíse íest!"

Perché le tise erano il frutto proibito.
Per primo si controllava che nei dintorni non ci fossero adulti, specialmente Vigi di Štefani, quindi, in silenzio, ci si avvicinava all'albero e chi ce la faceva a salire, saliva; gli altri si appostavano sotto nella speranza che qualche compassionevole spezzasse un ramo e generosamente lo gettasse a terra.

Perché salire il Tasso era impresa da esperti.
Il Tasso, forse per sbaglio (perché nessuno osa pensare che l'abbia fatto con cattiveria), ha una corteccia oltremodo sdrucciolevole, come il palo della cuccagna.
E, come non bastasse, i contadini si sentono obbligati a potare i rami fin dove possibile, nella convinzione di farlo andare piú in alto.

Per tanto tempo io mi son seduto sotto il Tasso
(con le bambine, che vergogna!),
aspettando qualche rametto e succhiando le bacche fino a quando l'osso diventava amaro.

Non osavo neppure cimentarmi a salire, perché sapevo che le bambine avrebbero deriso i miei insucessi.

Ma un giorno vidi fare a mio fratello una cosa strabiliante.

Doveva salire su un enorme castagno di Medvéjak ed aveva dimenticato di portare le scale.

Ridevo dentro di me.

"Cosa pensa di fare; é matto!"

Mi mandó a prendere un cesto piú in basso.
Quando tornai, lo vidi sul castagno giá al lavoro.

Rimasi strabiliato.

Mi sedetti e iniziai a congetturare come aveva fatto a salire.
Non esisteva soluzione; non era letteralmente possibile.

Eppure lui era lassú!

Mi sedetti, pensando:

"Dovrá pur scendere e vedró come fa".

Dimenticavo che in giú tutti i santi aiutano.
Infatti, quando decise di scendere, si appese al ramo piú basso del castagno e saltó giú.

Delusione!

Non osavo chiedergli come aveva fatto a salire.

Per fortuna non aveva finito di abbacchiare le castagne e il giorno dopo avrebbe dovuto risalire.

Ci pensai tutta la notte, senza riuscire ad immaginare la soluzione dell'enigma.

Il giorno dopo che sorpresa!

Accanto al castagno cresceva un piccolo frassino.
Era un pó distante.
Ma Efrem lo salí, lo sbilanció verso il castagno e vi si attaccó.

Altro che mistero!

"Dúa tej navádu?" - gli chiesi.

"Ki?" - domandó, sorpreso.

"Se splíest takúa gu kostánj."

"Ah! Nóno, nóno mej navádu. Ma ti počák kar rátaš buj velík".

Invece io ricordai subito che attorno al Tasso crescevano dei virgulti di Tiglio.

Era possibile ripetere il miracolo?!

La prima volta che tornammo al Tasso mi sedetti come il solito con le bambinette.
Osservai bene i virgulti di Tiglio.
Considerai la loro altezza.
Decisi di tentare, dopo aver scelto il virgulto migliore per l'impresa.

"Kan gréš?" - chiesero le bambine.

"Grén tíse íest" - risposi.

Sgignazzarono.

Salii con facilitá il virgulto di Tiglio fino in cima, mi sbilanciai verso il Tasso, afferrai un ramo e mi tirai su.

"Kúos paršú gor" - mi chiesero gli abitanti del Tasso.

"Víen ben jést" - risposi.

Le bambine di sotto erano strabiliate.
Mai piú si sarebbero immaginate una mossa del genere.

"Nino, varzínan dol an varšíč".

Non mi feci pregare.

Quel giorno le bambine si saziarono di tise e io passai alla storia.

Naturalmente per merito di mio fratello, che da quel giorno salí di rango nella mia reputazione.

ACERO CAMPESTRE - Mežnarju Klin

Acero campestre
Acero campestre
L'approccio all'acero campestre fu perlomeno insolito.

Successe il secondo anno di dottrina, perché al primo non mi accorsi di nulla.

Sotto l'alto muro che sorregge il piazzale antistante la chiesa di Antro, alla sinistra della grande casa dei Mežnari, cresceva un maestoso acero campestre.

Aveva un'enorme chioma.

Il tronco era grossissimo, invitante; era peró impensabile solo immaginare di arrampicarvisi sopra, perché giá scendere davanti alla casa di Mežnari sarebbe stata un'impresa, data l'irascibilitá del padrone, tentare anche di salirvi sopra era un suicidio.

Che bell'albero!

Si poteva ammirarlo in tutta la sua bellezza perché, crescendo sotto il muro ed essendo questo molto alto, una decina di metri, ti trovavi la chioma proprio sotto il naso.

Verso la fine di novembre succedeva qualcosa di sorprendente: le foglie cadevano tutte, mentre sui rami restava una infinitá di semi dalla forma delle ali di un aereoplano.

Quando capitava un giorno di gran secco qualcuno si accorgeva che era giunto il momento di giocare col Klin: bastava prendere un sasso o, meglio, tanti piccoli sassolini e scagliarli contro la chioma dell'acero. Una nuvola di semi si staccava dalla chioma.

Questo era giá un successo eccezionale per quella manciata di sassolini, ma piú strabiliante era il fatto che quei semi a forma di ali si dividevano a metá e scendendo roteavano come una girandola.

Se c'era il vento il fenomeno diventava ancor piú vistoso, perché quegli aeroplanini, fatti unicamente di elica, roteando salivano in alto e andavano lontano, lontano.

La prima volta lo raccontai al nonno, non senza chiedergli:

"Zakí barljó?".

"Za ití buj deléč!" Rispose.

E io fui meravigliato al sentire che anche gli alberi avevano i miei stessi desideri, perché anch'io volevo andare sempre piú lontano, sempre piú avanti nel bosco, su per i torrenti, alla scoperta di posti nuovi, di cose nuove da vedere, da toccare.

Come ci assomigliavamo gli alberi ed io!

Il Ciliegio di Zavás - Čaríešnja Tánzavasjó

Il campicello di Zavás era davvero simpatico: era molto vicino, appena dietro il paese; era piccolino, lo percorrevi facilmente in lungo e in largo; offriva una visuale stupenda sulle pendici della Valle, dalla cima del Matajur al Karkóš, dal Mija al Mladesjéna. Ma era ancor piú affascinante per la presenza di un enorme ciliegio.
Il tronco del ciliegio era gigantesco, esageratamente grosso; a circa due metri da terra si tripartiva in tre tronchi, che si allargavano a formare un enorme ombrello.

La ruvida corteccia non mi disarmava.
Appena avevo l'occasione, mi avvicinavo a lui, lo abbracciavo e tentavo di salirlo.
Ce la facevo fin sotto la tripartizione.
Andare piú avanti era impresa impossibile.

Il nonno un giorno mi vide alle prese con quel tronco mastodontico.

Si avvicino:

"Počák, kar bójo karíešnje, te potísnen jest gu anj".

Alla sera gli andai in braccio:

"Nono, a bójo jútre čaríešnje?"

"Neee, j še cájt, j mása préca".

"Ma kadá bójo?"

"Kar uséjemo kompíerje, počákamo še no málo, antá bójo".

Finito il lavoro di vangatura non andammo piú a Zavás e io mi dimenticai del ciliegio.
Per questo arrivó subito il momento della semina delle patate e subito dopo quello delle ciliegie.

Andammo a prendere le foglie di gelso per i bachi da seta proprio a Zavás.

"Nono, léjte, čaríešnje ardečéjejo".

"Paš ja! Puj, te potísnen gor nót."

Mi spinse su, anzi mi sollevó, deponendomi sull'incrocio della tripartizione.

Mi attaccai a un tronco secondario per continuare a salire.

"Ne, počak, na hot buj gor, te sprégnen varh.
Se na smía utárgat varh, ma spregnít se ga móre.

"Nono, za ka se na móre utárgat varh?"

"Zak cené drúgo líeto na bo čaríešnji"

Usando una "kjúka" che aveva preparato con la roncola, piegó e mi avvicinó la punta di un ramo.

Che dolci le ciliegie, le "belíce"!
Solo che ce n'erano poche.

"Nono, a me sprégnete drug varh!"

Tentó di piegare un ramo piú grosso, senza riuscirvi.

"Čak, lej ki nardín!"

Piegó il ramo fino a terra e spezzó un bel tralcio carico di ciliegine, consegnandomelo.

"Nono, zakáste utárgu varh, nále ki se na smía?" - Chiesi.

"Zak te čen rát".

La dolcezza di quella frase mi riempí il cuore.
Era piú dolce delle ciliegie.

Uša go Potčúkulo - L'ontano nero di Potčúkola

A Spignon avevamo un grande castagneto.
Un luogo pieno di ricordi, perché tutto l'anno ci impegnava nel lavoro, essendo l'appezzamento piú grande della famiglia, quasi 2 ettari.

Era un castagneto coltivato razionalmente: tutto in ordine, tutto falciato, non cresceva nulla di indesiderato.

Nello zone fra i sassi venivano coltivati frassini, carpini e aceri montani; sui prati i castagni, tutti "purčinci", ben distanziati uno dall'altro in modo da permettere all'erba di crescere anche sotto di essi; nelle zone piú umide gli ontani, l'ontano nero.

Non c'era posto per il sottobosco.
Infatti, noccioli, cornioli, sorbi erano rigorosamente banditi, assieme a certi alberi ad alto fusto come il tiglio o, peggio, il pioppo tremolo.
Si sopportava la presenza di qualche esemplare di ciliegio selvatico e di quercia.

L'ontano, invece, era coltivato; c'erano in particolare due posti, due luogi piuttosto umidi, nei quali non doveva mancare.

Ho notato ben presto che in quei due posti l'erba cresceva assai rigogliosa. Tanto che un'estate osai chiedere a mio fratello:

- Efrem, zakí tápod úšo trava je buj zelená an buj vesoká? -

- Zak ráste buj na moč. -

Avrei voluto insistere:

- Ma zaki raste buj na moč. -

Mio fratello non aveva la pazienza del nonno.
Il papá era morto e tutta la responsabilitá della nostra numerosa famiglia, almeno nel settore agricolo, era caduta improvvisamente sulle sue giovanissime spalle.

Il nonno, ormai ultraottantenne, a Spignon non ci veniva piú.

Avevo peró notato che a primavera, mentre sotto i castagni si rastrellava tutto minuziosamente, agli ontani non ci si avvicinava neppure.
E cominciai a pensare che i due fatti dovessero in qualche modo essere collegati.

Una primavera Efrem potó gli ontani fin dove arrivó, ordinandomi di riporre tutti i rami in un posto isolato.
La primavera dopo osservai che i rami erano quasi completamente marciti e al loro posto c'era una morbidissima terra nera.
Non esitai a riempirmi le tasche per mostrare quella terra cosí invitante alla zia, che era sempre alla ricerca di terra buona per i suoi fiori.

Dissi al nonno: - Nóno, morebít jest vían zaká se na grábe tápod úše?
Zak úšove pérja nardjó dobró zemjó.
Kané, vi nono? -

Ja káb! Ma ne samúa. Usove pérja zagnjijó príat ku se posíače travó.
Takúa nakór grápt.

Avevo cosí capito perché da sempre tutti ci tenevano agli ontani e alle sue foglie.
Era opportuno che anch'io li facessi diventare oggetto delle mie cure.

Un giorno d'autunno, stanco di raccogliere le castagne, decisi di fare una cosa che da giorni avevo in mente e che mi avrebbe permesso di pigliare i soliti due piccioni con una fava: procurarmi cioé "no fažíno darvé" per portare a casa e volgere nello stesso tempo le mie prime cure agli ontani.

Avevo notato che alcuni rami, sopra quelli che aveva potato Efrem, si erano seccati.
Dovevo arrampicarmi e tagliare col "pauč" quei rami secchi.

L'ontano con la sua scorza ruvida si presta assai per l'arrampicata e la grossezza del tronco é quella giusta: né troppo, né troppo poco.

In un momento raggiunsi i rami secchi.
Mi sedetti comodamente sul ramo secco piú grosso con l'intenzione di tagliare con la roncola il ramo accanto. Stavo per prendere la roncola che avevo dietro la schiena, quando il ramo su cui sedevo cedette improvvisamente e per qualche secondo mi sentii volare.
Urtai violentemente a terra col sedere, rotolai per una decina di metri e mi fermai supino.
Non riuscivo a respirare.
O meglio espiravo l'aria urlando, ma non riuscivo a ricaricare i polmoni se non lentissimamente e a fatica con gran dolore.
Ho urlato un paio di volte.

Mio fratello si precipitó su di me e mi sdraió a pancia in su.
Subito dopo arrivó la mamma, che stranamente era presente anche lei.
Stranamente, perché la mamma non veniva quasi mai a lavorare, essendo impegnata notte e giorno nel suo lavoro di ostetrica.

La mamma mi sollevó le braccia e me le riabasso piú volte, finché il respiro tornó normale.

Avevo paura che mi sgridassero e avrei voluto alzarmi subito come se nulla fosse successo.
La mamma non me lo permise.
Anzi ordinó a Efrem di caricarmi sulle spalle e di portarmi a casa.
Efrem non protestó, anzi mi caricó delicatamente sulle spalle e inizió a scendere ancor piú delicatamente, lui, che correva sempre come un capriolo.

Per tutta la strada continuava a chiedermi:

- A te bolí? -

- Ne, ne, Efrem, me nía nič. Če češ bon hodú. -

Mi portó fino nel letto e dopo avermi consegnato alla zia e averle raccontato velocemente il fatto, tornó a Podčjúkola.

La zia mi guardava inviperita.

- Nórac, ka na víaš de úša súha se súbto ulóm. -

- Al smu povíadela ti de uša se ulóm? -

Intervenne il nonno, che era giunto su per le scale e non sapeva ancora nulla.

- Sáda spi, - ribatté la zia, - bómo vídli kar príde mama ki porčé.

- Zakás šú gu úšo? - chiese il nonno.

- San téu narést fažino za parnést damú, nono. -

- Ah, Nino, Nino, ti ih glédaš nasréče! -

Evidentemente pensava che poco tempo prima, andando a dottrina, ero caduto sotto il ponte.

- Ma an jest san te mogú povíadat za na hodít maj gu úše. - continuó.

Non riuscii a prender sonno.
Non tanto per il dolore al petto, quanto per quel ramo spezzato.
Il rimprovero della zia mi bruciava.
Provavo un grande astio contro l'ontano.
Lo sentivo e lo consideravo un nemico.
L'ontano mi aveva teso un tranello e io ci ero cascato come un pivello.
Ció mi stizziva e ingigantiva il mio rancore nei suoi confronti.

Nella mia esperienza un ramo secco si spezzava quand'era fradicio, dopo anni che si era seccato e non cosí da un anno all'altro.

Poi improvvisamente compresi che ci potevo arrivare: i rami potati da Efrem, diventati terra da un anno all'altro, avrebbero dovuto aprirmi gli occhi.
Mi diedi dell'imbecille e la rabbia contro l'ontano si esasperó.

La mamma tornó presto, prima del tempo.
Mi palpó piú volte le costole e soprattutto lo sterno.
Poi decise di non chiamare il medico fino al mattino seguente.
Mi spiegó che non potevo rerspirare dopo la caduta, perché, cadendo sul sedere, il mento aveva colpito violentemente lo sterno e di conseguenza tutta la gabbia toracica e che lo sterno avrebbe potuto anche fratturarsi, ma riteneva che non fosse successo.

La mattina seguente mi alzai come se nulla fosse accaduto.

La lezione mi serví e come! Giurai a me stesso che non sarei piú caduto nel tranello dell'ontano.
Ciononostante non osai salirne uno fino ad etá molto adulta e anche adesso ammiro i bellissimi esemplari di ontano nero proprio nella zona di Spignon, ma senza avvicinarmi troppo.

Non si sa mai che tranelli ancora puó escogitare un ontano!

Nino specogna

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