Gli uccelli

La loro lingua é la piú dolce della terra!
Gli uccelli!

Penso siano gli esseri piú simpatici della terra.

Sono capaci di volare!

Sanno cantare che é una meraviglia!

Chi non ha da raccontare esperienze meravigliose con gli uccelli?

Magari anche errori fatti in fanciullezza nei loro confronti per troppo amore.

Perché la cosa che desidera maggiormente un bambino é quella di possederli.

Che grave errore!

Infatti, noi bambini li cacciavamo in tutti i modi: col vischio (poveri uccellini), coi luchetti che costruivamo noi stessi, con i lacci di crine, con dei piccoli scrigni fatti con stecchi di nocciolo.

Solo una piccola minoranza sopravviveva alla nostra cattura: i lucherini (lújeri), i montani (montáni), i cardellini (gardelíni), le cinciallegre (sníce), i cioffolotti (snegári). Non conoscevamo nulla o quasi nulla delle loro abitudini alimentari specie per quanto riguarda gli insettivori. Infatti, essi immancabilmente ci morivano.

La ricerca dei nidi era la nostra passione.

Ho imparato presto a riconoscere i nidi degli uccelli piú comuni:

quello del pettirosso (táčica) costruito con fili d'erba intrecciati magistralmente, leggerissimo, molto in basso fra gli sterpi all'altezza da uno a due metri;

quello del merlo (kúos), fatto soprattutto di muschio; molto basso, quasi a terra all'inizio della primavera, sempre piú in alto mam mano che gli alberi si coprono di foglie;

quello della ghiandaia (šúoja) fatto di stecchi, molto spartano, essenziale;

quello delle ballerine (plíske), costruito negli anfratti delle rocce lungo i torrenti, piuttosto voluminoso;

Ce n'erano anche di strani.

Quello dello scricciolo (starzíč): un nido enorme, tutto chiuso come una grande palla, con due piccoli fori laterali perfettamente rotondi.

Quello del merlo acquaiolo (kúos poduoden), costruito sotto le cascatelle dei torrenti, un nido fatto soprattutto di fango e muschio.

Quello del rigogolo (kulíkulau); costruito generalmente sui rami laterali del castagno, appeso alla biforcazione di un ramo, dalla forma di un portacote, "gozunjak" diciamo noi.

Ma il piú bello, il mio prediletto, era il nido del fringuello (ščinkovac).

Forse mi piaceva perché era difficile individuarlo in quanto il fringuello sa camuffarlo molto bene. Generalmente preferisce un melo o un noce; lo costruisce su rami abbastanza grossi, addossato a una biforcazione e lo ricopre di licheni, i licheni che trova sulla pianta stessa, in modo che il camuffamento é davvero eccezionale.

Invece i cardellini (gardelíni) mi facevano pena, perché era molto facile scoprire il loro nido non foss'altro per il baccano che facevano sia i genitori sia i piccoli appena nati. E poi andavano a costruire il nido in fondo ai rami e cosí molto spesso una burrasca scaraventava a terra le uova o i piccoli o l'intero nido.

Insomma da bambino conoscevo un pó di uccelli, ma a un certo punto della mia vita mi venne una grande voglia di conoscerli meglio.

Ero abbastanza giovane, avevo una trentina di anni e studiavo composizione. Ero affascinato dai suoni e dalle loro combinazioni. Per questo fui interessato al canto degli uccelli.

Vivevo in un paese particolarmente silenzioso.
Perché per ascoltare, la prima cosa serve il silenzio.

Prima ancora di iniziare, pensai di comprare un libro.
Guardai le riproduzioni.
Quanti uccelli!

Io conoscevo molto bene quelli che avevo cacciato da bambino: cincie, lucherini, montani, cardellini, fringuelli, verdoni (ríepari), zigoli (starnadi), scriccioli, beccostorti (bekaštórt), merli, ghiandaie e qualche altro.
Ma la maggioranza degli uccelli riprodotti su quel libro non li avevo mai visto.
E mi rattristava la convinzione che qua da noi quegli uccelli non c'erano e quindi non avrei potuto incontrarli e conoscere il loro canto.

Col libro alla mano iniziai a girare per i boschi.
Partivo appena pranzato.
Quante delusioni all'inizio!
Giravo molto, sentivo poco, non vedevo quasi nulla.
Dovevo imparare a mie spese alcune regole fondamentali.

Prima di tutto ho imparato che c'é un periodo dell'anno ideale per l'ascolto: la primavera. Ho imparato che certi uccelli li puoi sentire solo in primavera.

Per la sola osservazione poteva andare bene anche l'autunno.

C'era anche un momento della giornata ideale per l'osservazione e l'ascolto: la mattina, meglio ancora l'alba, proprio all'alba, quando incomincia ad albeggiare.

Un giorno, infatti, quasi per caso, uscii la mattina.
Fu un giorno memorabile.
Mi imbattei in un tordo (cík).
Fui strabiliato!
Io conoscevo il canto del tordo di gabbia; ma quello che sentivo era tutta un'altra cosa.
Il canto di quel tordo era eccezionale, perché oltre a fare i suoi versi tradizionali prendeva in giro tanti altri uccelli, li imitava; imitava la cinciallegra, il fringuello, il merlo con una voce fortissima e melodiosissima.
Non ricordo per quanti giorni tutte le mattine mi sono recato a sentirlo cantare.
Poi, un giorno, non lo sentii piú, né allora né mai piú.

Peró imparai ad amare e a ricercare il canto del tordo e capii che il canto del tordo puó variare molto da zona a zona.
In certi luogi il tordo canta meglio che in altri.
E' incredibile!
Infatti, ogni anno mi reco in quel posto con mia moglie unicamente per ascoltare il canto del tordo.
Quel luogo si chiama "Klancina".

Bisogna andare a Mersino alto, all'ultima frazione, quella di Oballa e poi continuare ancora per la strada interpoderale fino al torrente.
Quello é il posto ideale per ascoltare i tordi.
Non so per quale motivo in quel posto il loro canto é sempre eccezionale.

Quella primavera fu davvero unica, perché ogni giorno scoprivo un uccello che prima non avevo mai visto.
Avevo imparato a camminare in perfetto silenzio, a stare fermo, immobile, attaccato a un albero quando vedevo un uccello da lontano e cosí quasi sempre lui si avvicinava tanto da poterlo osservare e vederlo e sentirlo cantare.

Non bisogna correre dietro agli uccelli. Sono loro che devono venire da te.

Ricordo i primi tre uccelli che scoprii: per primo il codirosso (kanjušíč).
Mi son meravigliato come ho fatto a non vederlo prima e a non sentire il suo trillo gioioso; infatti il codirosso é comunissimo.
Andando sul Matajur, scoprii che lassú c'é un codirosso un po' diverso: il codirosso spazzacamino, col sottocoda rosso ma con la pancia nera anziché rossa.
Il codirosso ha un atteggiamento tutto particolare: si appoggia a mezza altezza su un ramo o su un filo, scrolla le spalle due o tre volte e poi si lancia a terra sulla preda che ha adocchiato.

Il secondo é un uccello simpaticissimo.
Io conoscevo un suo simile. Lo chiamavamo "puzac" che vuol dire scivolatore, perché scivolava velocemente sui tronchi degli alberi, ma come tutti i cristiani, cioé dal basso verso l'alto.
Questo invece iniziava in alto e scendeva scivolando verso il basso. Era il picchio muratore.
Il picchio muratore cerca le larve in quel modo perché si é specializzato a trovare quelle che gli altri picchi non trovano salendo. Il nome si deve alla sua abitudine di costruire il nido negli anfratti di qualche muro vecchio.

Il terzo fu un uccello davvero stranissimo.
Lo vidi entrare nel foro di un albero.
Mi arrampicai, misi il fazzoletto sul foro (una tecnica che il nonno mi aveva insegnato), battei sul tronco e catturai il poveretto finito nel fazzoletto.
Lo presi in mano delicatamente e con mia grande meraviglia vidi la sua testa ruotare per 360 gradi.
Scoppiai a ridere.
Con l'aiuto del libro scoprii che il suo nome gli si addiceva davvero: torcicollo (ujaglávac).
Lo lasciai andare naturalmente, dopo essermi divertito a vederlo ruotare la testa in quel modo bizzarro.

Ma successe qualcosa che mi indusse a fare una scelta perlomeno strana, data la mia etá.
Sapendo del mio amore per gli uccelli, un pomeriggio un cacciatore mi portó un uccello ferito.
Non sapevo cosa fare.
Prima di tutto dovevo scoprire che uccello era anche per sapere come tentare di nutrirlo.
Non fu difficile, perché conoscevo a memoria tutte le immagini del libro e poi quell'uccello aveva caratteristiche inconfondibili: un bel ciuffo crestato, la punta della coda gialla e sulle ali alcune penne macchiate di color scarlatto come di ceralacca: una caratteristica inconfondibile questa!
Era un beccofrusone (velikslésak).
Lo sistemai in soffitta e gli somministrai del mangime preparato con frutta secca.
Il giorno dopo andai alle malge del Matajur, perché il cacciatore mi aveva detto che lassú c'erano stormi interi di quegli uccelli.
Era vero.
Ho letto che questi uccelli vivono nel nord, ma negli inverni molto freddi, scendono piú verso sud.
Anche l'inverno scorso ho visto a Mersino stormi interi di beccofrusoni.
Comunque c'era il problema di quel povero uccello, che doveva guarire; ma per guarire non poteva stare in soffitta.
E allora mi decisi a costruire una voliera e lo sistemai dentro.

Neanche a farlo apposta dopo qualche giorno un altro cacciatore mi porto un uccello ancora piú grosso. Era davvero malridotto, colpito anche lui da una fucilata.
Lo classificai subito: bastava toccargli il gozzo.
Era la nocciolaia (lješkníca), un uccello grosso come una ghiandaia; aveva il gozzo pieno di noccioline.
Purtroppo morí dopo circa una settimana per le ferite riportate.

Il beccofrusone invece stava bene e mangiava con gusto il mangime che gli avevo preparato.
Ma aveva un'ala rotta e non poteva volare.
Come facevo a lasciarlo?
Aveva imparato a spostarsi nella voliera saltellando.
Si arrampicava ovunque con una velocitá straordinaria.

La primavera successiva arrivó un signore, Muhor di Pozzera, con un uccello straordinario:
spalancava la bocca in modo esagerato e questa era tutta di un rosso scarlatto incredibile.
L'aveva trovato alle malge in un nido di allodola di monte.
Fu facile allevarlo, perché spalancava sempre la sua enorme bocca.
Divorava tutto!
Era un cuculo (kúkovca).
Mi affezionai tanto, io a lui e lui a me, che quando divenne indipendente mi faceva male al cuore al pensiero di sbarazzarmi di lui ma ancor piú di tenerlo in cattivitá.
Alla fine non ebbi il coraggio di dargli la libertá e visse con me per tre lunghi anni.
Alla fine del terzo anno, verso la primavera, una grande nevicata sfondó il tetto della voliera e lui fu il primo a svignarsela.
Spero se la sia cavata, perché é un uccello migratore ed eravamo ancora in inverno.
Il cuculo peró é un volatore straordinario; gli sará bastata un'ora o forse meno per raggiungere la bassa friulana e poi chi sa...

Intanto un ragazzino mi portó un piccolo uccellino che era caduto fuori dal nido.
Lo esaminai: era un pigliamosche (muholóv).
Qui iniziarono i guai.
Il pigliamosche é un uccello insettivoro per eccellenza, nel senso che non mangia altro che insetti, infatti in autunno emigra.
Avevo il mio da fare a cercare mosche, ragni e piccoli insetti.

Capii che dovevo procurarmi le tarme.
Andai dal falegname e mi feci costruire tre casse; sistemai il vetro attorno ai bordi, riempii le casse di crusca e comperai un po di tarme.
Dopo un mese le casse brulicavano di tarme.
Lessi peró sui libri che non bisogna dare piú di tre o quattro tarme al giorno a ciascun uccello e queste non bastavano a nutrire il pigliamosche che era sempre affamato.

Imparai quasi per caso che era ghiottissimo di uova di formiche.
Cosí divenni anche esperto catturatore di uova di formiche.
Non é peró opportuno che racconti come si fa, perché le formiche devono essere rispettate.

Quando entravo nella voliera il pigliamosche mi saliva sulle spalle, sulla testa, sulle mani; voleva mangiare.
E' stato fra tutti in assoluto l'uccello piú affettuoso.

Ebbi il buon senso di mollarlo quando arrivó l'estate, perché, essendo insettivoro puro, sarebbe stato impossibile nutrirlo d'inverno.
Gironzoló attorno a casa qualche giorno; veniva sulla mano a prendere le tarme e le uova di formica.
Le sue visite si diradarono.
Poi sparí.

Io mi ritrovai con tre casse di tarme.
Ma per fortuna.
Perché il mese di giugno andai a casa mia a Tarcetta e trovai mia zia disperata alle prese con un nido enorme e cinque minuscoli uccellini.
Erano cinque scriccioli.
I genitori avevano fatto il nido sotto il tetto utilizzando come base un nido di rondine.
Il nido che avevano costruito era enorme, tanto che ad un certo punto crolló giú per il troppo peso.

Presi gli uccellini, li posi in una scatola di cartone e li portai nel mio studio.
Il nonno mi aveva insegnato che tutti gli uccelli si possono allevare in due modi:
o con le punte di ortica cotte e mescolate al tuorlo d'uovo sodo,
oppure con mollica di pane e latte.

Scelsi il pane e latte.
E la dieta funzionava.
I piccoletti crescevano vispi e sani e non erano affatto schizzinosi: aprivano la bocca appena mi avvicinavo con le pinzette.
Iniziarono a saltare fuori dalla scatola e a gironzolare per lo studio.
Mi hanno lasciato un mucchio di ricordi sui libri!

Intanto mi ero documentato sulla dieta degli insettivori.

Imparai a preparare un pastone che, a vedere come veniva divorato, doveva essere davvero appetitoso.
Sminuzzavo della frutta secca: fichi, mandorle, pinoli, noci, arachidi. Questa era la base.
Al momento dell'uso tagliuzzavo con le forbici (cosa si fa per amore degli uccelli!) un pó di tarme e le mescolavo al pastone.
Con questo pastone i cinque scriccioletti diventarono cosí birichini che dovetti rassegnarmi e metterli nella voliera.
Stettero un giorno solo.
La mattina del giorno dopo, infatti, non c'erano piú; erano letteralmente spariti.

Intanto mi arrivavano continuamente uccellini nuovi, tanto che la voliera si riempiva.
A un certo punto ne avevo oltre sessanta.
Non fu un lavoro inutile; imparai tante cose.

Ad esempio che anche gli uccelli hanno bisogno di un posto proprio loro qua sulla terra. Infatti, anche nella voliera ogni uccello aveva un posto preciso dove fermarsi e lo difendeva con tutte le sue forze.

Il piú terribile nel difendere i suoi diritti era il pettirosso. Arrivava ad uccidere anche un merlo per difendere il suo territorio.

Il problema era proprio immettere nella voliera uccelli nuovi.
Purtroppo lo imparai a loro spese.
Se si immette un uccello nuovo in una voliera é destinato a essere ucciso, perché ogni uccello difenderá il suo posto e il malcapitato non riuscirá né a stare in pace né a mangiare.
Il pettirosso poi insegue il malcapitato fino ad ammazzarlo a beccate.

Allora divisi la voliera in tre parti.
La voliera era grande; fatta a elle maiuscola.
Era lunga circa dieci metri,larga quattro, alta due; naturalmente aveva le porte, per cui si poteva tranquillamente entrare in ogni singola parte.

La parte piú grande, quella in fondo, era per gli uccelli giá abituati a stare assieme.
La parte all'inizio era per gli uccelli che entravano per la prima volta in voliera.
Quella nel mezzo per gli uccelli giá un pó abituati alla voliera.

Generalmente mettevo gli uccelli per la prima volta a piccoli gruppi, di tre, quattro, cinque il massimo. Li lasciavo nella prima parte della voliera finché non avevo urgenza di liberare il posto. Allora li passavo nella parte di mezzo e mettevo i nuovi nella prima.

Dopo qualche settimana mettevo in comunicazione la seconda e la terza parte in modo che si creasse un certo equilibrio fra gli abitanti. Dopo qualche settimana ancora finalmente relegavo tutti nella terza parte. Cosí evitavo quanto possibile i conflitti. I nuovi arrivati erano ormai abituati alla voliera e sapevano difendersi.

Continuavo naturalmente a girare per i boschi e per i prati.

Scoprii uccelli bellissimi e addirittura uccelli molto rari qua da noi, come il pettazzurro orientale (penso che non esista il nome nella nostra lingua).
Lo vidi una sola volta alle malge alte di Mersino. Ricordo ancora che si mise a pascolare insetti; si metteva su un sasso, osservava e da lí partiva velocemente a catturare l'insetto visto.
Il pettazzurro orientale assomiglia molto nel portamente al codirosso, ma sul petto ha un triangolo celeste e nel mezzo del triangolo una macchia rosso-bruno.
Di pettazzurri ce n'é tantissimi nei paesi bassi, o comunque al nord.
Non so come mai quello che vidi scese cosí in basso fino da noi.

Un altro uccello molto bello, che portai anche in voliera, é il codirossone (kanjúh): é grosso quasi come il merlo, ha la coda arancio e cosí il sottoventre; sopra é blu piuttosto scuro e ha il groppone bianco.
E' insettivoro.

Un uccello mi fece impazzire.
Salivo quasi tutti i giorni alle malge basse di Mersino e lí sentivo il verso di un uccello.
Faceva: piii-u.
Mi avvicinavo piano, piano, ma non riuscivo mai a vederlo; man mano che mi avvicinavo lui si allontanava. Se stavo fermo, lui non si avvicinava mai.
Mi ha fatto letteralmente impazzire.
Un giorno mi arrabbiai; mi distesi per terra e iniziai a strisciare lentissimamente.
Finalmente lo beccai: ricordo come per un istante mi guardó meravigliato quasi a chiedersi come avevo potuto avvicinarmi senza che si accorgesse, poi se la diede a gambe, schizzando via.
Era il merlo dal collare (kúos z lunó).
E' leggermente piú grande del merlo, di colore nero e nel bel mezzo del collo ha una mezzaluna bianca.
Per vendicarmi feci una cosa che non avrei dovuto fare: cercai il nido, presi i piccoli e li portai in voliera.
I piccoli non avevano la mezzaluna, ma divenuti adulti dopo qualche mese, alla prima muta, la bella mezzaluna spuntó.

In voliera avevo anche un picchio rosso mezzano.
Lo catturai vedendolo entrare in un foro d'albero.
Salii; posi il solito fazzoletto sul foro; battei sul tronco; lui inizio a picchiare contro il fazzoletto; gli afferrai il becco e dovetti forzare parecchio per estrarlo, perché puntava i piedi; é incredibile che forza ha nel suo collo.
Comunque é stato quello che si é adattato subito alla voliera, dopo solo due giorni di permanenza in soffitta. Era ghiottissimo di tarme e, in seguito, del mio pastone di frutta secca.
In voliera si mise a forare i pali di sostegno; in particolare se la prendeva con la sommitá di un palo maestro e beccava tanto che a un certo punto di tutto il palo, lí dove beccava, era rimasto solamente pochissimo legno.
E lui, prevedendo probabilmente che se continuava crollava giú tutto, andava lí e faceva finta di picchiare, accarezzava il legno senza rovinarlo ulteriormente.
Mi faceva ridere.
Era uno degli uccelli piú simpatici (e piú selvaggi) della voliera.
Quando portavo le tarme, si accorgeva giá da lontano, faceva finta di nascondersi dietro un palo e di lí cucava continuamente.
Mi divertivo a fargli gola mostrandogli le tarme.
Ma lui era terribilmente orgoglioso: non venne mai a prenderle dalle mie mani.

E a proposito di picchi, riuscii a catturare anche il picchio verde.
Appena catturato, come il solito, lo portai in soffitta e lo chiusi in uno scatolone assieme a parecchie tarme.
Quando vidí che il picchio mangiava regolarmnete, decisi di trasferirlo in voliera.
Aprii la scatola e lo presi delicatamente. Ma mentre richiudevo la scatola lui si divincoló e mi sfuggí di mano. Prese il volo verso la finestra e come se niente fosse ruppe il vetro e continuó la sua fuga.
Rimasi interdetto dalla potenza di quell'uccello.

Ancora piú grande e piú robusto é il picchio nero.
E' di una bellezza unica; é lungo quasi mezzo metro (come un corvo reale).
Ha un collo lunghissimo, ali enormi.
Il colore é nero, nerissimo, e sulla testa un ciuffo rosso carminio.
Quando lo vedi, il cuore incomincia a battere forte.
Si avverte la sua presenza abbastanza facilmente, perché emette un verso di richiamo molto caratteristico e forte: cjuuuk, quasi di persona che fischia.
Si avverte la sua presenza anche perché sotto certi alberi secchi, generalmente betulle nella zona di Spignon o conifere nella zona del Mija, la terra é tutta lastricata di schegge a dimostrazione del suo potentissimo becco.
E' relativamente facile osservarlo nella zona del monte Mija, dove si vedono facilmente le sue tracce. Da qualche anno almeno un coppia stanzia nella zona di Spignon e precisamente nella zona chiamata Dobje.

Questa estate vidi per la prima volta qua nelle Valli i gruccioni.
I gruccioni vivono gregari in gruppi anche numerosi.
Un mezzogiorno arrivai a casa in macchina e appena scesi vidi volteggiare sopra la mia casa degli uccelli coloratissimi.
Gridai a mio figlio:
- Ruben corri a prendere la macchina fotografica -;
io intanto li ammiravo.
Volteggiavano come rondini, facendo un baccano indiavolato; si posarono qualche istante sulle betulle, poi ripartirono; si fermarono sui fili della luce, poi iniziarono a volteggiare e a salire sempre piú in alto fino a scomparire.

Un uccello che non mi sarei aspettato di vedere qua nelle Valli fú il martin pescatore.
Nidificava tutti gli anni a metá strada fra Loch e Mersino.
Scavava gallerie sul ciglio franoso della strada. Io lo vedevo appunto uscire dal buco o entrarvi.
Per la veritá non lo vedo piú da anni.

Ho visto spesso l'upupa. Era molto comune fino a non molti anni fa.
L'upupa ha l'abitudine di visitare i campi appena arati per trovare larve e vemiciattoli.
A Mersino visitai il suo nido.
Un ragazzo mi raccontó che in un posto sotto la scuola puzzava tremendamente di marcio.
Andai a vedere.
Notai un grande foro in un albero.
Mi arrampicai.
Quando fui sopra il foro, sentii un puzza tremenda.
L'upupa ha l'abitudine di catturare lucertole e piccoli rettili e di metterli a frollire appesi ai rami degli alberi prima di darli in pasto ai suoi piccoli, probabilmente perché cosí frolliti, vengono digeriti meglio. Da qui la grande puzza del suo nido.

Altri uccelli interessanti che imparai a vedere e a conoscere:
la tottavilla o allodola di monte (škurjánac) dal canto primaverile stupendo

il rigogolo; nidifica tutti gli anni vicino a casa mia; é interessante il suo nido e molto caratteristico il suo canto;

il regolo e il fiorancino, che si vedono soprattutto di passo in quanto vanno a nidificare in alto e in autunno scendono in pianura;

cince e cudibognoli (dugarépca)

cesene (drúazga); in autunno stormi molto numerosi di cesene pascolano nei nostri campi;

averle (slakopérinca), quella maggiore e quella minore; l'averla maggiore ha la cattiva abitudine di visitare i nidi degli altri uccelli per razziarli;

ciuffolotti; il maschio é il piú colorato dei nostri uccelli;

crocieri, caratteristici per il becco incrociato, strutturato per aprire le pigne, essendo ghiottissimo di pinoli; nidifica in montagna e migra in autunno in gruppi numerosi nelle pinete marine;

frosoni (slésak, sléski)dal becco robustissimo, molto sproporzionato rispetto ai beccofrusoni; sembrano dei nasoni;

peppole (montáni);

verdoni (ríepari), un tempo comunissimi e numerosissimi; ora piú rari perché si coltivano poco le "ríepe";

cardellini;

lucherini; spesso nelle nostre famiglie il lucherino o il cardellino maschio veniva accoppiato con una canarina; ne uscivano degli ibridi bellissimi (specie quelli del cardellino) e canterini;

verzellini;

pispole (non conosco il suo nome nella nostra lingua).

Trovai una pispola l'anno scorso sulla strada di Spignon, mezzo tramortita.
Era di nido, ma probabilmente aveva sbattuto contro una macchina.
La portai a casa e tentai di nutrirla con pane e latte ma non accettó, perché era giá quasi svezzata.
Tentai allora con le cavallette, che, invece, gradí subito.
Non la misi mai in gabbia.
La mettevo a dormire sui rami di gelsomino sotto la tettoia.
La mattina la trovavo lá.
Era affamata; dopo qualche giorno mi volava sulle spalle e aspettava che catturassi le cavallette.
In seguito, a volte spariva per molte ore; io andavo nel campo a catturare le cavallette e lei improvvisamente mi volava sulle spalle.
Cosí per una quindicina di giorni.
A un certo punto dovevo chiamarla molto perché venisse vicino.
Poi non venne piú.
Quanto l'ho chiamata!

Mi son rimaste le sue foto.
E' sicuramente sopravissuta, perché era diventata autonoma.

Un uccello simpaticissimo, specie per il modo con cui si muove, é la passera scopaiola (non l'ho mai sentito nominare nella nostra lingua; non assomiglia affatto al grabac), dal caratteristico becco appuntito.
E' insettivora ma d'inverno mangia volentieri il pane o i semi.
Una é assidua visitatrice del mio terrazzo dove, specie d'inverno, non manca mai strutto vegetale non salato, noci sbricciolate, girasole e altro.

Non bisogna dimenticare l'usignolo (slavíč).
Canta all'imbrunire e perfino di notte.
Nidifica vicino ai torrentelli; il maschio canta sempre allo stesso posto, molto vicino al nido.
Una coppia nidifica nel bosco sopra casa mia.
Che belle serenate le sere di primavera!

Altro uccello dal canto caratteristico é la capinera (píenca), chiamata cosí proprio per il suo cappellino nero sulla testa.

Vorrei raccontare ancora!!!

Forse ho giá esagerato!

Nino Specogna



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