Nediko o nadiko
Non perdiamoci in un bicchier d'acqua,
né tiriamo fuori dai cassetti ammuffiti argomenti di lana caprina;
tentiamo piuttosto di scoprire le veritá storiche e culturali.
Carissima Živa,
alle letterine si risponde sempre, quando poi si é tentati pure da dissertazioni precisine non se ne puó far a meno.
Spero non te ne avrai a male e come la tua letterina non impedisce a me di continuare il nostro rapporto di amicizia, spero che nemmeno la mia lo interrompa.
Anche se devo incominciare da una tua frase che, se me l'avessi detta anziché scritta, non so se avrei resistito dal riderti in faccia.
"Tranquilli dunque, nessuna imposizione, nessun corso obbligatorio di nessun genere, se é questa la paura."
La rileggo piú volte e non so capacitarmi se quello che leggo é veramente scritto!
Ma cosa volevi dirmi?
Se accetti, vorrei chiarire alcune tue affermazioni nei miei riguardi, che, penso, non avrai difficoltá a ritirare una volta chiarite, perché anche tu, spero, sia in "buona fede" anche se per molti versi sei "parte in causa" e lo sai bene che, quando c'é un interesse, l'imparzialitá va a farsi benedire.
L'ho scritto in diverse occasioni (hai ragione, quando dici che siamo letti poco) che approfittare dei nostri vecchi canti é semplice occasione per fare musica, per ricollegarsi alla tradizione, non tentativo per far risorgere una cosa morta; la melodia del canto popolare diventa il tema di una composizione musicale personale e spesso anche originale. E' vero che le mie elaborazioni sono spesso semplici, essendo obbligato a commisurarle alle capacitá del coro che ho a disposizione, a volte peró sono anche abbastanza elaborate e, comunque, anche quando sono semplici armonizzazioni, come ad esempio quella di "Beri, beri", é innegabile il mio apporto personale.
La mia frase "é vero che morto il mondo contadino, é morta anche la musica popolare" non puó diventare un punto forza per attaccarmi sulla lingua, sul natisoniano. Tu dimentichi un fatto fondamentale: la musica é morta nel senso che non vengono create piú melodie nuove in quanto quel tipo di musica nasceva solo nel mondo contadino, ma dimentichi, invece, che la lingua non é morta, anzi é viva e vitale! Quindi tutta la tua argomentazione crolla!
E per chiarire subito un altro aspetto, mi devi lasciare per forza di cose la piú assoluta libertá di scegliere i testi da musicare. Giá da giovanotto ho musicato testi latini, friulani, francesi, tedeschi, mancherebbe che non sia libero di musicare testi sloveni senza correre il minimo rischio di "compromettermi", come tu pretendi.
La traduzione slovena della mia introduzione al testo "Pod Lipo", della quale ti ringrazio ancora assai, era ed é nelle mie intenzioni per gli amici della Slovenia. Non penserai, spero, che l'abbia voluta per i Benečani, dato che per loro quella originale era piú che sufficiente.
Ti posso inoltre assicurare che avrei potuto benissimo esprimere quegli stessi sentimenti in natisoniano, naturalmente non attraverso una traduzione letterale come hai fatto tu, perché son convinto che non c'é sentimento che non si possa esprimere anche col natisoniano.
Mi fai tenerezza, quando ti metti a discutere di teologia!
"In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum... Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis".
Quel "caro" dovrebbe essere piú che sufficiente a convincerti che il "significato assoluto" delle parole non c'entra proprio nulla.
- Lasciamo la teologia ai teologi - direbbe qualcuno.
Riguardo alla "a" del nadiko é un puntino ben messo, ma se mi permetti ne aggiungo un altro che manca.
Penso che tutti sappiamo di: Natissa, Natisso, Natisone, Nadison, Nadiža. Ma dovremmo sapere anche che la stragrande maggioranza di coloro che abitano sulle sponde del Natisone dicono Nediža e non Nadiža.
Gremo du Nedižo plavat - dicevamo da bambini e non
Gremo du Nadižo plavat.
E poi, se ben ricordo, c'era e forse c'é ancora un "Centro studi Nediža" e non un "Centro studi Nadiža".
Allora io continueró tranquillamente a scrivere "nediko", inoltre, anche se non me lo permetti, quel "nadiko", quando parlo italiano, io lo traduco. Penso sia un mio diritto oltre che un fatto piú che logico!
Che qualunque professore universitario di Ljubljana usi tranquillamente il termine "zastope" é assolutamente indifferente a quanto io ho detto. Il problema sollevato, infatti, é tutt'altro:
il rifiuto di ció che non appartiene alla propria espressione verbale, sia esso "razume" anziché "zastope" o "čas" anziché "cajt" o altro ancora.
La gente si sentiva e si sente libera soprattutto quando si tratta delle sue proprietá. Se é da introdurre un termine nuovo o sostituire uno vecchio dev'essere essa stessa a farlo e non deve motivare a nessuno le sue scelte proprio perché si tratta di una sua proprietá. Fra l'altro sa farlo con perizia eccezionale, meglio di qualsiasi linguista. Penso a una frase: "Dam no goc uadé". Chi meglio avrebbe saputo sintetizzare quel concetto, dargli miglior forma, renderlo cosí dolce alle orecchie dei natisoniani?
Perché la competenza maggiore sulla lingua e sui suoi cambiamenti é di chi l'ha creata e di chi se ne serve.
Peccato, proprio peccato che nessuno si sia interessato o abbia mai chiesto qual'é la linea della gente!!!
Sono d'accordo con te quando dici che i contadini durante lo sfalcio non parlavano una lingua standard e tantomeno una lingua letteraria.
Probabilmente io do al fatto una motivazione diversa dalla tua: perché non conoscevano né la lingua standar, né quella letteraria.
Di questa motivazione io stesso sono un testimone.
Non condivido la bassa valutazione che tu hai della nostra gente né per quanto riguarda il natisoniano e tanto meno per quanto riguarda l'italiano.
Non conosco i benečani come "individui monolingue".
Noi delle Valli non siamo monolingue, siamo almeno trilingue, passiamo dall'italiano al "nadiko" al friulano con estrema facilitá.
Non ce la facciamo a capire il Primorski.
Non farcene una colpa.
Forse impareremo!
Se permetti, molto brevemente, le tue lunghe classificazioni, suddivisioni o quant'altro, sono del tutto sterili: lasciano il tempo che trovano.
Lo stesso le considerazioni sulla lingua, sui vari registri (che i bambini studiano nelle scuole medie), sul fatto che la gente parla cosí come puó.
E come potrebbe essere diversamente se un menbro di commissione di uno degli ultimi esami di Concorso alle Magistrali mi raccontó che durante la correzione dello scritto di italiano arrivó una circolare del Provveditore che pregava le commissioni d'esame di non tener conto degli errori di grammatica dei candidati, perché altrimenti nessuno sarebbe stato ammesso all'orale?
Tu da una parte crei un'infinitá di lingue e quando si tratta del "nadiko" lo definisci tranquillamente dialetto.
Il Qualizza, nel piccolo trafiletto, pubblicato almeno due volte su questo sito se hai la pazienza di leggerlo, é molto piú chiaro e sintetico oltre che efficace.
I problemi non stanno nei meandri linguistici!
Il problema é la gente.
Ti sei chiesta perché la gente non si sente piú slovena,
perché rifiuta di dichiararsi slovena anche quando sa di esserlo?
Ti sei chiesta perché i bambini imparano lo sloveno e poi si rifiutano di parlarlo?
Non ti sembra un alibi gettare la colpa sulla repressione fascista o sullo stato italiano o sulla televisione o su non so che cosa?
Il vero problema é far riscoprire alla gente la sua vera identitá, perché la accetti, perché ne sia fiera.
La nostra realtá é stata ed é una realtá particolare.
Abbiamo una storia alle spalle, una storia unica, vera, gloriosa.
Prima di appartenere al mondo slavo e poi al mondo sloveno, apparteniamo alla Benečija.
Dovremmo cantare tutti i giorni appena ci alziamo la mattina:
- mi smo beneka družina, -
fino a convincercene.
Siamo sloveni delle Valli del Natisone non di altre parti del mondo.
Incominciamo a considerare il natisoniano quello che veramente é:
la nostra lingua
e non chi sa quale reperto storico o sottogruppo del gruppo dell'insieme della base ...
Incominciamo a rispettarlo, a considerarlo, a servircene.
I nostri vecchi uomini di cultura non hanno scoperto (non gliene faccio una colpa; é una semplice constatazione) la bellezza della nostra lingua. L'avessero fatto, il nostro "dialetto", partito alla stessa stregua del "dialetto" friulano, oggi sarebbe come il friulano tranquillamente considerato lingua.
A meno che tu non consideri ancora il friulano un dialetto.
Io ho vissuto in prima persona la trasformazione del friulano, perché ho avuto la fortuna di trascorrere la giovinezza con persone che poi sono diventate gli artefici della trasformazione del friulano. Fra l'altro, solo per curiositá, uno di questi (Domenico Zannier, del quale ancora giovane ho musicato su sua richiesta alcune poesie) ha scritto il poema "Natissa". Natissa nel poema é il nome della protagonista. Penso sia intuibile perché si chiami cosí.
Da noi gli uomini di cultura hanno preferito servirsi dello sloveno (non so se mi spiego, dato che tu, quando dici "sloveno", fai di ogni erba un fascio).
Chi vuole é ancora in tempo: il nostro "dialetto" é per fortuna ancora lí, bello, vegeto, a disposizione. Ci sono tutte le "besíede" (besíede con la "í", perché la presenza o la mancanza di quella "í" puó significare la volontá di conservare e valorizzare o di distruggere la specificitá della nostra espressione verbale). E se manca qualcuna, ognuno faccia liberamente a modo suo.
Tanto alla fine sará la gente a dire la sua!
Fondamentale é non perdere quelle che ci sono!!!
Per finire, finalmente, voglio assicurarti che ho raccolto le nostre parole (quelle che sento dalla bocca della mia gente) in un cosí chiamato vocabolario non per rubar il mestiere a qualcuno o per mettere in bacheca cose morte o per chi sa quale altra ragione ma unicamente per offrire un piccolo aiuto a chi vuol scrivere in natisoniano. Tu come chiunque altro potrete trovare mille incongruenze, inesattezze, sicuramente mancanze e anche errori veri e propri (perché scrivere al computer diciottomila termini non é facile; dopo un pó ti gira la testa anche quando vai a ricontrollare). Ma oggi non basta parlare natisoniano, bisogna soprattutto scriverlo. E questo mio lavoro potrebbe essere un piccolo aiuto a chi desidera farlo.
Se necessario, ribadisco la mia piú grande apertura verso tutte le lingue, che considero l'espressione dell'anima della persona, a maggior ragione verso la sorella lingua "slovena".
Nino Specogna